Nel Mondiale del 2014 in Brasile c’erano tutte le premesse per divertirsi e godere di uno spettacolo generato dalle migliori stelle del pianeta tranne una: Zlatan Ibrahimović. 
Non a caso lo svedese non perse occasione, dopo l’eliminazione nello spareggio contro il Portogallo, per ridimensionare quello che sarebbe stato lo spettacolo della Coppa del Mondo: "Una cosa è chiara: un Mondiale senza di me non merita di essere visto"

Quel novembre del 2013 e quella sconfitta contro Cristiano Ronaldo lasciò un segno deciso in una delle tante fasi dell’immensa carriera dello svedese. L’ennesima non qualificazione ai Mondiali spinse infatti Ibrahimović a ripensare di nuovo a un ipotetico ritiro dalla Nazionale, salvo poi ripensarci e chiudere dopo l’Europeo del 2016. 

All'Inter

Un’altra fase importante della carriera di Zlatan Ibrahimović fu sicuramente quella all’Inter. 

Se tutti siamo abituati a ricordarlo con numeri altisonanti come il 9 della triste parentesi di Barcellona, degli inizi juventini, ma anche dello strapotere a Los Angeles, o il 10 indossato nella ridente Parigi, uno dei numeri più fortunati per lo svedese fu proprio il nostro amato numero 8 cucito sulla maglia di tutto il periodo neroazzurro. 

Ibrahimović non ha semplicemente giocato nell’Inter, ma l’ha vissuta, l’ha fatta risorgere e l’ha trascinata quando stava diventando uno squadrone sul quale puntare sempre, anche per le scommesse sportive.

Fece risorgere la squadra portandola al filotto di successi post-Calciopoli insieme a Roberto Mancini: 88 (guarda un po’) partite e 57 gol in Serie A. Trascinò la squadra nei momenti più difficili, come ad esempio il finale di stagione nel 2008 al Tardini di Parma. 
A proposito del rapporto con l’attuale tecnico della Nazionale Ibrahimović disse: “Mancini mi ha detto che i miei gol erano quasi belli come quelli che faceva lui... Ma non è vero i miei sono più belli!”
Nel periodo all’Inter e con la numero 8 sulle spalle anche i suoi gol più stratosferici per l’appunto.
Fanno ancora scuola le reti segnate di tacco sfruttando la sua elasticità, improbabile per uno col suo fisico. Caratteristica dovuta alla pratica di alcune arti marziali, tra cui il Taekwondo, da quando era bambino. 
 
Nella parte di carriera neroazzurra chiude con un bottino personale di 117 match e 66 reti in totale. A differenza della media pazzesca maturata in Serie A, nella statistica aggregata pesano i digiuni sottoporta nelle notti europee. Ma guai a definire la Champions League una maledizione o qualcosa di simile. 

“Non è un'ossessione. Se lo fosse significherebbe che non avrei raggiunto i miei obiettivi. Invece ho fatto esattamente quel che volevo, al 100%. Ho sempre dato il massimo per vincere quanto possibile. Certo, sarebbe bello vincere la Champions, ma se finissi la carriera senza sarei comunque felice e fiero di quanto fatto”
Come dargli torto.

Girando il mondo 

La parabola che forse lo descrive meglio è quella nel periodo ascendente della sua carriera. Parentesi che parte dal momento in cui va in Inghilterra al Manchester e vince da favorito per le scommesse calcio l'Europa League, poi ai L.A. Galaxy e infine Milan bis. 

Zlatan a Los Angeles!
Quel periodo di carriera in cui sembrava aver dato tutto il possibile e che sembrava appunto un momento ascendente, anche a causa dell’età che avanzava e gli infortuni che lo bloccavano.
È proprio in questa fase che effettivamente Ibrahimović ha dimostrato (e sta dimostrando ancora oggi, questo è il bello) di essere tra i migliori calciatori degli anni ’20. 
Quando sembrava finito ha ricostruito una nuova carriera con istanti brillantissimi e momenti di strapotere imbarazzanti. 

Qui abbiamo potuto comprendere che tutta quella dose di autostima non era poi parte di un personaggio costruito, ma semplicemente specchio di quello che Ibra è sempre stato e ha sempre sentito di essere: semplicemente uno dei migliori. 
Arrogance? No. Confidence” scrisse in uno dei suoi recenti post di Instagram

Didascalia che lo descrive meglio di come hanno fatto tutti gli altri, non a caso è farina del suo sacco. 
Quella che negli anni abbiamo spacciato per arroganza in realtà è pure autostima (lo abbiamo fatto anche in un derby di Milano, confondendo la sua ammirazione per Ronaldo “Il Fenomeno” per arroganza). 
All'ingresso del suo lussuoso appartamento a Malmö, Zlatan Ibrahimović ha fatto appendere una gigantografia di due piedi ammaccati e rovinati. 

Gli amici, quasi perplessi, gli chiesero la prima volta: "Ma che razza di piedi schifosi sono quelli? Come puoi appendere al muro una simile porcheria?". 

"Idioti. Sono quei piedi che hanno pagato tutto questo"
Passeranno gli anni, passeranno i decenni, ma continueremo sempre a raccontare di Zlatan Ibrahimović. Parola di chi di numeri 8 se ne intende. 
“Io sono Ibra, voi chi ca**o siete?"

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer. La foto è di Kelvin Kuo (AP Photo).

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